Cosa sono le microplastiche, una minaccia per l’ambiente e la salute

Tantissimi minuscoli pezzetti di plastica dal diametro compreso tra 330 micrometri e i 5 millimetri disciolti in acqua, inquinando mari, laghi e oceani: il problema delle microplastiche è una delle minacce più gravi per l’ambiente.

L’1% galleggia in superficie, ma la maggior parte si accumula sui fondali: secondo la dichiarazione di Greenpeace riguardo l’importanza di salvare il mondo dalla plastica, ogni anno 8 milioni di tonnellate di plastica finiscono negli oceani, uccidendo la fauna marina e finendo nella catena alimentare. Tanto che un recente studio del Medical University di Vienna ha dimostrato che tracce di polimeri sono presenti persino nel corpo umano.

Come si formano le microplastiche

La microplastica viene prodotta dalla frantumazione della plastica galleggiante causata dal moto ondoso, dall’attrito con le rocce e dall’azione dei raggi UV del sole.

Si tratta di un materiale non biodegradabile che può raggrupparsi creando grandi “isole”, come per esempio la Great Pacific Garbage Patch.

microplastiche

Credits: PHOTOGRAPH BY NOAA | National Geographic

È l’isola di plastica più tristemente nota, nonché la più estesa: situata nell’oceano Pacifico, tra la California e l’Arcipelago Hawaiano, le sue dimensioni si stimano tra i 700 mila km2 e i 10 milioni di km2.

Il problema delle microplastiche ha ormai raggiunto proporzioni incredibili: si stima che ogni kilometro quadrato di oceano contenga in media 63.320 particelle di microplastica. Provocando gravi danni alla biodiversità.

Dove si trovano le microplastiche e come arrivano in mare

Gli scarichi domestici sono una porta d’accesso per l’inquinamento dell’acqua: i prodotti cosmetici possono contenere microplastiche, finendo così nello scarico una volta sciacquati via. In Italia, lo scorso anno è entrato in vigore il divieto di produrre cosmetici esfolianti contenenti microsfere in plastica, ma i polimeri possono ancora essere contenuti in altri prodotti per il make-up o per l’igiene personale.

Anche l’abbigliamento fa la sua parte: le fibre dei tessuti sintetici, erose durante il processo di lavaggio in lavatrice, vengono drenate nei sistemi idrici. Lo studio delle microplastiche prodotte dal lavaggio, effettuato dalla Norwegian Environment Agency, ha rivelato che ogni indumento, a ogni lavaggio, rilascia fino a 1900 fibre sintetiche.

Ma anche altre attività umane, come la pesca, hanno il loro impatto: persino gli pneumatici delle automobili, attraverso la loro naturale erosione dovuta allo sfregamento sull’asfalto, producono microplastiche che vento e pioggia trasportano negli ambienti marini, come dimostrato da una ricerca IUCN sulle microplastiche negli oceani.

Infine, non va dimenticato il peso che il littering – l’abbandono indiscriminato di piccoli rifiuti fuori dai cestini, dispersi direttamente in ambiente – ha sul fenomeno: i rifiuti di plastica, una volta degradati dagli agenti atmosferici, diventano microplastiche.

Conseguenze delle microplastiche: i rischi per l’ambiente

Non essendo biodegradabili, le microplastiche sciolte in mare sono destinate a restarci, senza possibilità che il loro impatto sull’ambiente possa essere minimizzato. E così, sia in sistemi marini che in acqua dolce, le microplastiche sono state rinvenute nella fauna acquatica, nei tratti digestivi e nei tessuti di molti esseri invertebrati.

Si tratta di un problema a noi molto vicino: nel Mar Mediterraneo, più di un centinaio di diverse specie marine ingeriscono plastica quotidianamente. La plastica ingerita dai pesci rappresenta un’ulteriore minaccia, veicolando batteri patogeni in grado di provocare patologie. Inoltre, studi recenti hanno dimostrato che questo problema non affligge solamente i pesci: la presenza di microplastiche è stata certificata anche nei stomaci degli uccelli.

Insomma, la plastica è entrata nella catena alimentare, minacciando la biodiversità ed esponendo gli esseri viventi a danni per la salute. Un problema che riguarda anche noi.

Microplastiche e salute: i danni per l’uomo

Microplastiche ovunque: persino nella placenta umana. Lo ha dimostrato uno studio elaborato dall’Ospedale Fatebenefratelli di Roma e dal Politecnico delle Marche, pubblicato sulla rivista scientifica Environment International.

La presenza di microplastiche nei mari, nei sistemi idrici pubblici, negli intestini degli animali marini più piccoli e in quelli che se ne nutrono, rende comprensibile l’estensione del problema e fa intuire come sia facile che, alla fine di questo lungo viaggio, le microplastiche arrivino anche nei nostri stomaci, così come si evince dallo studio preliminare presentato allo United European Gastroenterology, basato sull’analisi di campioni di feci umane provenienti da tutto il mondo, che ha rintracciato 9 diversi tipi di microplastiche negli escrementi.

Una grave minaccia per la salute che ha reso necessario attuare politiche per cercare di contrastare il fenomeno: l’Unione Europea ha dettato la rotta per ridurre i rifiuti di plastica, ponendo tra gli obiettivi della propria strategia quello di incentivare il riciclo della plastica, mirando a rendere riciclabili tutti gli imballaggi entro il 2030.

Su questa strada anche il comma 546 della Legge di Bilancio 2018 (n. 205 del 27 dicembre 2017) entrato in vigore il 1° gennaio 2020, che vieta la vendita, in Italia, di prodotti cosmetici da risciacquo ad azione esfoliante o detergente contenenti microplastiche.

Fino ad allora, le microplastiche potevano essere inserite all’interno dei prodotti per la cura personale: nei dentifrici, detergenti, maschere, scrub, avevano il compito di svolgere una funzione levigante ed esfoliante sulla pelle. Purtroppo, il loro diametro tanto ridotto non permette ai sistemi di filtraggio delle acque di catturarle e quindi, una volta risciacquate insieme al resto del cosmetico, finivano direttamente nei corsi d’acqua per poi accumularsi, in breve tempo, nei mari e negli oceani.

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