Circular Economy Report 2021: aumentamo le imprese virtuose

Meno di 1 impresa italiana su 2 ha fatto propria la sfida della circular economy e ancora non è nemmeno a metà del percorso di trasformazione. Tuttavia crescono le imprese virtuose (44%) rispetto a quelle che non hanno adottato criteri di circolarità e non intendono farlo in futuro, ferme al 34%. Se venissero adottate pratiche manageriali per l’economia circolare nell’industria italiana si genererebbero al 2030 circa 100 miliardi di euro annui, quasi il 4,5% del PIL nazionale al 2019.

Questi sono i principali dati e trend che emergono dal Circular Economy Report 2021 dell’Energy&Strategy Group della School of Management del Politecnico di Milano, giunto alla sua seconda edizione, lo studio riporta i dati di una survey condotta su operatori di sei macrosettori rilevanti per l’economia italiana (costruzioni, automotive, impiantistica, food&beverage, elettronica di consumo, mobili e arredo) e focus sui temi normativi e aspetti più tecnici come i metodi di misurazione dell’economia circolare e il ruolo delle piattaforme digitali negli ecosistemi di business.

“L’economia circolare è altra cosa rispetto allo sviluppo sostenibile e alla rispondenza ai criteri ESG, anche se spesso li si confonde”, sostengono i rappresentanti dell’Osservatorio sulla Circular Economy dell’E&S Group. “È una prospettiva complessa perché richiede un ripensamento dell’intero ecosistema di filiera, ma rappresenta una grande opportunità per realizzare nuovi investimenti, perché include una serie di comportamenti che limitano i rischi: di mercato, operativi, di business e legali. Per sintetizzare, non tutto ciò che è sostenibile è circolare, ma tutto ciò che è circolare ha un impatto positivo sulla sostenibilità”.

La diffusione dell’Economia Circolare in Italia: la survey

Il Rapporto sulla circular economy raccoglie e analizza dati su sei importanti macrosettori, con l’obiettivo di valutare lo stato di adozione delle pratiche manageriali circolari, i loro impatti, le principali iniziative implementate, ciò che le favorisce o le ostacola. In testa troviamo le costruzioni, con il 60% del campione che ha introdotto almeno una pratica di economia circolare, seguite da food&beverage (50%), automotive (43%), impiantistica (41%), elettronica di consumo (36%), mobili e arredo (23%);il 40% di chi non l’ha ancora fatto ha intenzione di porvi rimedio in futuro.

In sostanza, gli irriducibili rappresentano il 34%, quindi molto meno del 44% degli adopters, che sono in genere imprese di dimensioni maggiori, sia per fatturato che per dipendenti, e partecipano a gruppi di lavoro, tavoli istituzionali, associazioni di categoria ed ecosistemi di simbiosi industriale che rinforzano le attività sull’economia circolare, dimostrando l’importanza del commitment dell’azienda. Se si chiede tuttavia alle imprese di valutare il livello raggiunto nella transizione verso l’economia circolare, il punteggio medio è pari a 2,02 su una scala da 1 a 5, dunque una fase ancora iniziale.

Tra le pratiche maggiormente adottate risultano Design for Environment (35% dei casi) e Design for Recycle (28%), poi Take Back System (27%) e Design for Remanufacturing/Reuse (22%), mentre le pratiche di Design for Disassembly, Design out waste e Product Service System non sono ancora molto diffuse; le aziende si stanno quindi concentrando sulle fasi di progettazione dei prodotti per ridurre l’impatto ambientale e riutilizzare i materiali all’interno dei propri sistemi produttivi.
Solamente il 23% del campione partecipa a un ecosistema di simbiosi industriale (interazione tra diversi stabilimenti, anche appartenenti a filiere differenti, per massimizzare il riutilizzo di risorse normalmente considerate rifiuti) e ottiene benefici in termini di risparmio di materiali di scarto (83% dei casi) e di CO2 prodotta (50%). Il 29% effettua campagne di comunicazione o promozione delle proprie attività di circular economy e altrettante dicono pensarci per il futuro.

I benefici dell’economia circolare per le imprese che investono

Nel periodo 2016-2019, per gli adopters la crescita media del fatturato è stata del 6%, di poco inferiore a quella dei non adopters (7%); di contro, i primi hanno registrato una crescita media più mercata dell’EBITDA, 8% contro 5%: ciò dimostra che l’introduzione di pratiche manageriali per l’economia circolare, pur caratterizzate da alti costi di investimento, ha generato un beneficio anche economico per le imprese. Normalmente i vantaggi riconosciuti sono legati al tasso di innovazione, al rafforzamento dell’immagine del brand e alla riduzione dell’uso di risorse, mentre ancora non sono apprezzabili i benefici che derivano dalla riduzione dei costi di produzione. Al contrario, le barriere principali all’adozione sono rappresentate dall’incertezza normativa, dagli elevati investimenti e dalla relativa variabilità dei flussi di risorse (ridotta quantità di prodotti che ritornano all’impresa tramite Reverse Supply Chain), mentre le soluzioni tecnologiche sono ritenute adeguate, benché costose.

Il report calcola che l’adozione di pratiche manageriali per l’economia circolare nei sei macrosettori presi in esame potrebbe, agendo sui costi, liberare al 2030 un potenziale economico di 98,9 miliardi di euro annui.

Le aziende si stanno quindi concentrando sulle fasi di progettazione dei prodotti per ridurre l’impatto ambientale e riutilizzare i materiali all’interno dei propri sistemi produttivi. Solamente il 23% del campione partecipa a un ecosistema di simbiosi industriale per massimizzare il riutilizzo di risorse normalmente considerate rifiuti e ottiene benefici in termini di risparmio di materiali di scarto (83% dei casi) e di CO2 prodotta (50%). Il 29% effettua campagne di comunicazione o promozione delle proprie attività di circular economy ed altrettante dicono di pensarci per il futuro.

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