Come si è evoluta la gestione dei rifiuti in Italia negli ultimi due anni? Quanto sono cresciuti i costi di smaltimento dei rifiuti per gli operatori? Quali le cause dell’aumento?
Con l’obiettivo di dare risposte a queste e ad altre domande nasce il report “La gestione dei rifiuti: per le imprese costi in aumento”, realizzato dal Laboratorio REF Ricerche.

Lo studio parte da un dato: ammonta a circa 32 miliardi di euro il valore economico della produzione delle cosiddette ecoindustrie, cioè di quelle attività legate ai servizi di smaltimento dei rifiuti in Italia (considerando anche la gestione delle acque reflue).
Secondo le analisi del REF, si può stimare che negli ultimi due anni vi sia stato un aumento medio del 40% dei costi di smaltimento. Questi aggravi, tuttavia, non pesano sul sistema produttivo italiano in maniera omogenea, ma vanno a toccare un settore in particolare, quello dell’industria manifatturiera. Tradotto in euro, significa costi maggiorati di quasi 1,3 miliardi, con un’incidenza significativa sui conti del settore del +0,5% sul valore aggiunto.

Sersys Ambiente smaltimento

Lo studio individua diverse ragioni per questi rincari. In primis la carenza di impianti adatti per dimensioni, numero e tecnologia di smaltimento o trasformazione dei rifiuti. Insomma, l’Italia dispone di pochi impianti, saturi e, talvolta, inadatti alle esigenze delle attività produttive. Un’insufficienza impiantistica cui hanno contribuito diversi elementi quali: intoppi burocratici e lungaggini amministrative, legislazione non sempre chiara se non di ostacolo, risorse economiche insufficienti, frammentarietà e debolezza della governance locale spesso non in grado di assumere decisioni in merito e una generale opposizione da parte delle popolazioni.

Ma non solo. Ai deficit impiantistici si sono aggiunti un complesso di fattori di natura congiunturale e strutturale che hanno contribuito a esacerbare il già delicato equilibrio tra domanda e offerta di smaltimento nel mercato dei rifiuti speciali. Fra questi fattori, in particolare:

  • il forte aumento della produzione di rifiuti speciali nel triennio 2014-2017;
  • la chiusura del mercato cinese alle importazioni di rifiuti a partire dal gennaio del 2018;
  • la sentenza del Consiglio di Stato del 28 febbraio 2018 ha bloccato la autorizzazioni “caso per caso” rilasciate dalle Regioni per i processi di recupero;
  • lo stop allo spandimento in agricoltura dei fanghi di depurazione, a seguito di una sentenza del TAR Lombardia del 2018, ha provocato uno stallo per tutta l’industria, fino al ripristino dei limiti alla concentrazione di inquinanti previsto dal “Decreto Genova”, che ha in parte giovato;
  • l’incremento delle raccolte differenziate ha generato un aumento dei sovvalli da raccolta e riciclo, destinati a smaltimento;
  • l’opposizione delle regioni alla libera circolazione dei rifiuti urbani tal quale destinati a recupero energetico.

La distribuzione di tali aumenti dei costi è peraltro asimmetrica, con punte per le produzioni localizzate nei territori maggiormente deficitari e per le filiere più “fragili”, come quella dei fanghi di depurazione, delle scorie da termovalorizzatore o ancora dei rifiuti pericolosi, esposte al raddoppio o financo alla triplicazione dei costi di trattamento finale.

Cosa fare quindi? Per prima cosa, sostengono gli esperti del REF, occorre ripensare la gestione dei rifiuti in Italia, superando il dualismo tra rifiuti urbani e speciali e costruendo gli impianti necessari alla loro gestione, con soluzioni in grado di assicurare la “prossimità” dello smaltimento e del recupero anche al rifiuto di origine non domestica, al fine di contenerne gli spostamenti e i costi per le famiglie e le imprese.

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