L’accelerazione verso il green del sistema imprenditoriale italiano

Fondazione Symbola e Unioncamere hanno presentato a ottobre l’undicesima edizione del rapporto GreenItaly, che misura e pesa la forza della green economy nazionale, di cui condividiamo alcuni highlights di interesse per il settore.

Alcuni numeri della green economy

Negli ultimi 5 anni (2015-2019) sono oltre 432 mila le imprese italiane dell’industria e dei servizi con dipendenti che hanno investito in prodotti e tecnologie green con un picco di quasi 300 mila aziende nel 2019. In questi investimenti fanno la parte del leone l’efficienza energetica e le fonti rinnovabili insieme al taglio dei consumi di acqua e rifiuti.
Symbola e Unioncamere hanno svolto anche un’indagine nel mese di ottobre 2020 (1.000 imprese manifatturiere, 5-499 addetti) che ha dimostrato che, a fronte dello shock da pandemia, chi è green si è rivelato più resiliente. Nonostante la grande recessione e la forte contrazione del mercato interno, la filiera industriale nel suo complesso cresce e in particolare crescono, anche rispetto al pre-crisi, i settori di raccolta e di preparazione al riciclo, sia in termini di numero di imprese che di valore della produzione e di occupati.
Molte delle imprese italiane, nonostante la crisi prodotta dal Covid-19, non hanno rinunciato a innovare e scommettere sulla sostenibilità ambientale, anzi, alcune hanno deciso di alzare la posta per essere ancora più competitive e resilienti. Il lavoro di queste imprese spinge il Paese verso frontiere avanzate di sostenibilità.

GreenItaly Symbola

Green Jobs: occupazione e innovazione

Nel 2018 il numero dei green jobs in Italia ha superato la soglia dei 3 milioni: 3.100.000 unità, il 13,4% del totale dell’occupazione complessiva (nel 2017 era il 13%). L’occupazione green nel 2018 è cresciuta rispetto al 2017 di oltre 100 mila unità, con un incremento del +3,4% rispetto al +0,5% delle altre figure professionali. Green economy significa anche cura sociale: il 56% delle imprese green sono imprese coesive, che investono cioè nel benessere economico e sociale dei propri lavoratori e della comunità di appartenenza relazionandosi con gli attori del territorio (altre imprese, stakeholder, organizzazioni non profit, ecc.); tra le imprese che non fanno investimenti green, invece, le coesive sono il 48%.
Il settore della raccolta dei rifiuti – urbani e speciali, pericolosi e non – concorre all’economia circolare con un fatturato di circa 6 miliardi (su un totale di 11,2 miliardi dell’intera raccolta), un valore aggiunto di 3,5 miliardi e con 73.000 addetti (su un totale di oltre 100 mila addetti).
Il settore della “preparazione al riciclo”, che include due classi di imprese – quelle del settore industriale del “recupero di materia” (classe ISTAT 38.3) e quelle del settore commerciale del “commercio all’ingrosso di rottami e cascami” (classe 46.77) – presenta un fatturato di 18,7 miliardi di euro, un valore aggiunto di 2,5 miliardi di euro e circa 41.000 occupati.

Italia, campione europeo nell’economia circolare

Dati Eurostat rilevano che l’Italia è in assoluto il Paese europeo con la più alta percentuale di riciclo sulla totalità dei rifiuti: 79%, il doppio rispetto alla media europea (solo il 39%) e ben superiore rispetto a tutti gli altri grandi Paesi europei (la Francia è al 56%, il Regno Unito al 50%, la Germania al 43%).

La sostituzione di materia seconda nell’economia italiana comporta un risparmio potenziale pari a 23 milioni di tonnellate equivalenti di petrolio e a 63 milioni di tonnellate di CO2. Per ogni chilogrammo di risorsa consumata, l’Italia genera – a parità di potere d’acquisto (PPS) – 3,6 € di PIL, contro una media europea di 2,3 € e valori di 2,5 della Germania o di 2,9 della Francia (mentre la produttività è più elevata nel Regno Unito, 3,9 €/kg, per ragioni anche connesse alla struttura economica meno industriale). Produciamo meno rifiuti: 42,3 milioni di tonnellate per ogni milione di euro, contro il 58,9 della media dei grandi Paesi Ue (e i 59,5 della Germania). L’economia circolare diventa mainstream e tutti i settori ricorrono in maniera più consistente a materiale di recupero, anche nelle produzioni di fascia alta (ad esempio gli agglomerati di quarzite o l’arredamento di design).

GreenItaly Symbola

La valorizzazione della frazione organica

Una componente importante del riciclo, in particolare per i rifiuti urbani, è la valorizzazione della frazione organica e dei fanghi, attraverso processi di compostaggio
e/o digestione anaerobica, che ha come esito la produzione di ammendanti e di biogas.
Il settore dei trattamenti biologici genera un fatturato e un valore aggiunto per il 2018 stimato pari rispettivamente a 520 e 228 milioni di euro. Gli occupati nel settore sono stimati in poco meno di 5.200.
La crescita del settore di produzione di ammendanti e biogas (al cui interno cresce l’importanza della produzione di biogas) segue in maniera diretta lo sviluppo della raccolta differenziata dell’organico. La strada è tracciata, ma il rapporto GreenItaly segnala come, nel nostro Paese, si stiano accumulando ritardi dovuti soprattutto a complicazioni burocratiche che ritardano i processi autorizzativi e spesso a fenomeni di nimby (not in my backyard) e nimto (non in my term of office) che ostacolano la realizzazione di impianti.
È necessario invece accelerare, superando un pregiudizio ideologico contro questi impianti, seguendo le linee guida del “biometano fatto bene” e proseguendo su alcuni passi avanti fatti in quest’ultimo periodo, come il “superbonus”, da rendere stabile e più efficace.

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